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L'IPERTERMIA ANTIBLASTICA LOCOREGIONALE Il circoscrivere la circolazione extracorporea nel solo ambito cardiochirurgico ha portato spesso a sottovalutare le potenzialità di questa metodologia. Nella fattispecie, già nel 1957 Creech e Krementz pubblicarono i loro primi lavori sulla perfusione selettiva degli arti affetti da neoplasie, condotta in normotermia, allo scopo di veicolare direttamente farmaci antiblastici a dosaggi elevati senza che vi fosse il rischio di intossicazione sistemica.
I risultati di una ricerca condotta su un gruppo di pazienti sottoposti a Peiia (perfusione epatica isolata ipertermica antiblastica) hanno dimostrato come a seguito del trattamento si era osservata una netta riduzione del diametro delle lesioni tumorali, una significativa diminuzione dei markers tumorali ed una maggiore risposta alla chemioterapia sistemica successiva. L'approccio chirurgico all'ipertermia antiblastica consiste nell'isolare l'arto (o l'organo) interessato ed i vasi collaterali dell'arteria o della vena al fine di ridurre il fenomeno del leakage (perdita del farmaco dal circolo di perfusione al circolo sistemico), somministrare eparina al paziente, cannulare i vasi interessati e collegare le linee di perfusione al circuito di circolazione extracorporea composto da un ossigenatore, uno scambiatore di calore ed ovviamente una pompa roller. Iniziata la circolazione extracorporea si raggiungono dei flussi adeguati affinchè si stabilisca un equilibrio con la mandata arteriosa ed il deflusso venoso. Si aumenta la temperatura dello scambiatore per raggiungere il valore d'esercizio che sfiora i 42°C. L'arto interessato è generalmente avvolto da una termocoperta per evitare la dispersione della temperatura che una volta raggiunta sancisce la fase centrale del trattamento ossia l'immissione del farmaco antineoplastico nel circuito perfusionale. In questo modo si ha il massimo sinergismo tra farmaco antiblastico ed ipertermia.
A seconda delle dimensioni del tumore e del protocollo adottato nel centro, la fase ipertermica non supera la finestra temporale di 45-60 min. Ciò dipende dall'esigenza di evitare alcune complicanze come il rischio di intossicazione sistemica ma soprattutto l'insorgere di fenomeni come la termoresistenza. Dopo l'introduzione del farmaco, per rimuovere ogni residuo ed eventuali prodotti tossici provenienti dall'arto, il circuito viene lavato con soluzione salina e destrano. Al termine del trattamento vengono rimosse le cannule arteriosa e venosa e suturati i vasi.
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