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BIOCOMPATIBILITA' BIOMATERIALI ADESIONE PIASTRINICA

 

LA BIOCOMPATIBILITA'

Sia in ambito medico che chirurgico, l'utilizzo di materiali "estranei" per sostituire un deficit di una funzione fisiologica, temporaneamente o in maniera definitiva, non conosce pressochè limiti. I campi di applicazione in tal senso sono i più svariati e complessi. Nasce quindi il concetto di biomateriale e conseguentemente ad esso la necessità di raggiungere il massimo livello di biofunzionalità e biocompatibilità. I presupposti fondamentali affinchè si possa parlare di biocompatibilità richiedono che il materiale in questione, una volta immesso nel corpo umano, interagisca con esso nel minor modo possibile tenendo lontano lo spettro di reazioni dannose per l'organismo. Da questo punto di vista giocano un ruolo importante la caratteristiche chimiche, rugosità e carica superciale, stabilità chimica e proprietà dei materiali di degradazione. Per biofunzionalità invece, è necessario che il dispositivo impiantato o che comunque entra a contatto con l'organismo, sia in grado di riprodurre quanto più fedelmente una determinata funzione biologica e meccanica.

L'utilizzo dei biomateriali quindi si apre ad un ventaglio di diverse applicazioni, dai dispositivi che hanno un semplice contatto con i tessuti della mucosa, ad esempio lenti a contatto e dispositivi intrauterini, a materiali il cui utilizzo è più complesso e invasivo, protesi articolari, osteosintetiche, mammarie, vascolari o valvolari, per arrivare a sistemi in grado di trattare il sangue, come il rene artificiale o gli apparati di circolazione extracorporea.

Il cardine intorno cui ruota la ricerca sullo sviluppo dei biomateriali è rappresentato dunque dalla necessità di raggiungere livelli sempre più alti di biocompatibilità. Negli ultimi tempi inoltre, la ricerca e lo sviluppo stanno intraprendendo un percorso ancor più interessante. Da esperimenti condotti su materiali inerti, così definiti perchè non dovrebbero innescare nell'organismo ospite reazioni di rifiuto e di riconoscimento, è emerso come non è affatto garantita la loro fisiologicità a contatto con un ambiente biologico, come quello rappresentato dal torrente ematico. Basti pensare per esempio ai circuiti di circolazione extracorporea, interamente costituiti da materiali inerti. Ebbene, a differenza di un endotelio vasale, capace di impedire reazioni di adesione e trombosi, le superfici artificiali sono ben lontane dal non essere attraenti promuovendo di fatto il legame con i componenti ematici. Si è passati così dalla ricerca dei materiali biostatici a quelli definiti bioattivi.

I polimeri attualmente utilizzati in ambito clinico possono subire modifiche di superficie chimico-fisiche, tali da incrementare la loro resa in termini di biocompatibilità. Due sono i campi su cui è possibile agire. Nel primo caso modificando le caratteristiche chimiche o fisiche degli atomi che costituiscono la superficie, diminuendone la rugosità ad esempio, oppure rivestendole con biopolimeri che possono interagire attivamente col torrente ematico. Il concetto di bioattività si fonda quindi su questa peculiare caratteristica. La nuova generazione di ossigenatori e circuiti per la circolazione extracorporea è stata concepita in modo tale che le superfici di cui sono composti siano rivestite di biopolimeri, come eparina o fosforilcolina, in grado di interagire col sangue “mimando” in alcuni casi le caratteristiche dell’endotelio vascolare.

Non è un caso quindi che tale ricerca sta subendo un forte sviluppo proprio nell'ambito della circolazione extracorporea con i circuiti "trattati". Caratteristica peculiare di un biomateriale quindi, non è solo quella di risultare inerte ma di rilasciare farmaci o agenti attivi nell'ambiente biologico con cui entra in contatto stabilendo un rapporto di interazione non più passivo bensì attivo. Pertanto, l'impianto ottimale di un biomateriale dovrebbe impedire la trombogenicità e la tossicità a contatto con l'organismo, non interagire col sangue a breve o a lungo termine, riducendo la tendenza a coagulare e minimizzare l'attivazione del complemento, delle piastrine e delle cellule bianche. Ecco perchè le nuove superfici biocompatibili vengono trattate con una varietà di agenti farmacologici in grado di ridurre e talora annullare gli importanti effetti collaterali dell'interazione biomateriale-organismo umano.

Un esempio è dato dallo sviluppo di biopolimeri in grado di mimare il comportamento delle cellule umane. Nella fattispecie sono oggetto di sperimentazione biopolimeri in grado di riprodurre la funzione dei globuli bianchi, recandosi nei siti di infiammazione. Ma una volta giunte a destinazione queste biomolecole si attaccano alla parete del vaso sanguigno liberando principi attivi farmacologici da essi trasportati con funzione antiinfiammatoria. La differenza sostanziale risiede nel fatto che tali biopolimeri non solo hanno un effetto agonista per i siti d'azione dei globuli bianchi, impedendo di fatto il progredire dell'evento infiammatorio ma possono addirittura ridurlo drasticamente grazie al rilascio dell'agente antiinfiammatorio. Inoltre, sono biodegradabili e di essi non rimane traccia nel corpo umano, annullando quindi ogni rischio di effetto collaterale.

Questo è solo un esempio delle enormi potenzialità che la ricerca offre sui biopolimeri.

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